Prefazione


Quando l’autore di questo libro mi ha telefonato chiedendomi la prefazione, di slancio ho subito detto di sì. Troppi ricordi, troppe ore spese al seguito dello sport battipagliese, troppa gioventù intrisa nei ricordi per non dichiararmi entusiasta ed rato della richiesta. In realtà poi mi sono reso conto ero la persona meno indicata per questo libro, per­ché leggendolo — con la passione di chi ama la storia, qualunque storia, e lo sport, ogni sport — mi sono reso conto che il narratore, preciso, puntuale, documentato, narrava cose da me non vissute, ma che — a maggior ragione — mi faceva piacere leggere così da colmare le lacune, in quanto ho potuto seguire solo a distanza e solo di tanto in tanto facendo capolino. Però, mi son detto, tutto sommato posso essere la persona giusta per altri aspetti: posso passare il testimone a De Vita. Infatti le mie narrazioni televisive sono terminate proprio quando lui comincia il suo racconto. La promozione in B2 del basket maschile, lo spareggio di Isernia, sono ancora gelosamente custodite nel mio cuore, ma anche nel mio archivio televisivo: ho conservato quella telecro­naca, di cui mi vergogno profondamente ma che amo tanto. Chiedo ancora scusa ai telespettatori: un inva­sato, un pazzo scatenato debordava dal microfono, e quello ero io, proprio quello che è contro tutte le urla televisive e la tv-trash. Ecco, quel pezzo di storia l’ho vissuto, come tante promozioni solo sfiorate, e l’ama­rezza vissuta che ogni anno puntualmente la faceva da padrona. All’epoca Battipaglia era un monocolore democristiano attraversato dal partito dei costruttori, tutto era chiaro, in politica come nello sport. La Battipagliese in Promozione che sognava l’Inter­regionale, la Salernitana eternamente in C che tentava la scalata alla B, il Napoli in A che agognava il primo scudetto (ante Maradona), tutti desideri e sogni pun­tualmente delusi a primavera. Eppure, quanti volti, quante storie, quanti compagni di avventura, come il mitico Ferullo, mio cameraman personale (ne abbiamo rischiate di botte!). Che galleria di ricordi, sin da quando col Santa Maria indossavo i guanti da portiere e saggiavo a mie spese i bolidi di Pastina, dei gemelli Ruggiero, del grande Pellegrini del Pontecagnano (un piccolo Riva), o giocavo sulla spiaggia con Francese, Campagna e tanti altri amici. Ho visto crescere Sandro Sciarappa, che talento!, i portierini Costantino, D’Anzilio e Di Muro, ho urlato ai miracoli di Punzo e Scognamiglio, ai gol di Volpicelli, Allegri, Fiorillo, Citro e Cammarano, alle discese di Margiotta e Cantile (i Conti e Cabrini dei poveri), alle marcature arcigne di Cincotti e Califano, ho ammirato la serietà di Rocco e Coscia, ho visto il povero Spatuzzi… Già. Spatuzzi: alla sua memoria vanno queste poche righe, ed a tutti gli amici con cui sono cresciuto. Mi rimane l’orgoglio, col mio grande amico Pino Bovi, di avere qualche volta rega­lato un sogno ai concittadini, quando il carretto del muss ‘e puorco rilanciava col megafono le mie radiocronache in piazza Madonnina e la gente trepidante ascoltava me, che da qualche lontano spalto calabrese regalavo un’emo­zione, un gol, una parata. E quando ricordo che il caro mister Giannattasio mi chiamò dicendo che io ero l’Aldo Giordani della situazione, quando mi vengono a mente i tempi dello Zauli (di cui mi fu affidato lo speakeraggio), quando ricordo le gesta dei miei amici Valerio Bonito e Giangi Rossini, per non dire di Enzo Faenza ed Amabile Guzzo, che ho raccontato in mille telecronache, ecco che in me affiorano forti emozioni. La gioventù è bella a pre­scindere, ed ogni ricordo che la riguarda lo è. Ma se la nostra storia è la storia di tutti noi messi insieme, ecco che stiamo costruendo qualcosa da tramandare. Perciò, leggetevi De Vita subito, d’un fiato come ho fatto io, che magari i dieci anni precedenti un giorno ve li racconte­remo insieme.

Umberto Chiariello

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